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Pasta Day, una festa del gusto italiano

25.10.18

L’evento, organizzato dall’International Pasta Organization, celebra il ruolo di questo alimento nel nutrire tanti popoli diversi e la sua capacità di adattarsi a ogni cultura

Pasta Day, una festa del gusto italiano

Sono passati 20 anni dalla prima, storica edizione di Napoli che ha fissato la data del 25 ottobre per festeggiare l’alimento simbolo della dieta mediterranea. L’evento, organizzato dall’IPO (International Pasta Organization) celebra l’importante ruolo svolto dalla pasta per nutrire il mondo e la sua capacità di adattarsi a ogni cultura. Ogni anno una città viene eletta a “capitale mondiale” della pasta per accogliere produttori, rappresentanti della comunità scientifica e gastronomica, istituzioni e stakeholders da tutto il mondo. Quest’anno la giornata viene festeggiata a Dubai, dove il consumo di pasta è cresciuto del 33% negli ultimi 5 anni. Tutte le iniziative messe in campo mirano ad approfondire gli aspetti scientifici, economici, culturali e gastronomici legati alla pasta, in un percorso tra passato, presente e futuro. Un’occasione per promuovere il consumo e la conoscenza della pasta nel mondo, un cibo perfetto per tutte le culture, vero e proprio alimento del futuro, che unisce al gusto e alla convivialità anche un approccio al cibo nel segno del benessere e della sostenibilità.

Le origini della pasta

Da secoli si discute se la pasta sia stata introdotta nell’alimentazione quotidiana dai cinesi o dai siciliani. In effetti entrambe le culture l’hanno generata nei secoli, in modo quasi parallelo e indipendente, con ingredienti e tecniche differenti. Di certo in Italia la pasta era già conosciuta ai tempi degli etruschi, dei greci e dei romani. A Cerveteri, nella tomba della Grotta Bella, risalente ai un periodo tra il X e il IX secolo a.C. sono stati ritrovati dei rilievi che raffigurano gli strumenti ancora oggi in uso per la produzione casalinga della pasta, come spianatoia, matterello e rotella per tagliare.Numerose sono anche le citazioni nel mondo greco e latino, dove vari autori classici, come Aristofane o Orazio, utilizzavano termini come làganon (greco) e laganum (latino) per indicare un impasto di acqua e farina, tirato e tagliato a strisce larghe, cotto in formo oppure in brodo o latte e condito per lo più con formaggio. Tuttavia, pur essendo una sorta di pasta, simile alle tagliatelle ma più corta e tozza, non aveva ancora un ruolo preciso nell’alimentazione se non quello di contorno, cioè un mero accompagnamento ad altre pietanze più comuni, come carne, pesce, uova. È nel medioevo che la pasta comincia a diffondersi come categoria in sé, con nuovi formati, le prime botteghe di produzione un nuovo metodo di cottura, giunta fino ai giorni nostri, che consisteva nel bollire la pasta nell’acqua, nel brodo e talvolta nel latte. Agli Arabi, invece, dobbiamo l’invenzione della pasta secca che ben si conservava durante i loro spostamenti nel deserto e che permise di sviluppare gli scambi commerciali che partivano dal Sud Italia, in particolar modo dalla Sicilia, e dalla Liguria, dove il clima mite e temperato costituiva garanzia di perfetta essiccazione del prodotto. Il resto d’Italia, invece, per ragioni climatiche rimase legato alla produzione della pasta all’uovo, non essiccata e probabilmente nata dalla contaminazione con la “lagana” romana.Ma la pasta, benché diffusa, non era ancora una pietanza di massa. Lo diventerà solo nel ‘600, quando una spaventosa carestia colpì il Regno di Napoli dominato dagli Spagnoli. Nella città partenopea, il sovraffollamento demografico e il fiscalismo spagnolo portarono la popolazione alla fame, i consumi di carne e di pane crollarono mentre la pasta divenne un alimento a basso costo, facilmente conservabile e in grado di saziare. Inoltre l’utilizzo del torchio permetteva di aumentare le quantità di pasta prodotta e diminuire i costi. La pasta era solitamente condita solo con il formaggio, raramente con qualche carne o con delle spezie. L’accoppiamento con il pomodoro avviene solo all’inizio del 1800, in particolare quando nel 1837 viene pubblicata la ricetta “vermicelli con la pummadora” in un libro di cucina scritto da Ippolito Cavalcanti. Dopo l’unificazione d’Italia la pasta diventerà il simbolo dell’italianità anche fuori dalla città di Napoli. A tal proposito va ricordato Pellegrino Artusi, padre della cucina italiana, che non si limitò a raccogliere ricette in giro per l’Italia riunendole nella più grande opera della cucina italiana, ma creò anche la tradizione. Egli infatti diede alla pasta un ruolo autonomo, come primo piatto del menù italiano e non più un semplice contorno come era stato fino ad allora.

Un alimento sempre giovane

Una ricerca condotta da Doxa per AIDEPI sul consumo di pasta tra i giovani under 35 ha evidenziato che i Millennials sono molto tradizionalisti in fatto di cibo. Sebbene spesso costretti a consumare pasti veloci fuori casa, quando possono prendersi del tempo non rinunciano alla pasta. Per i Millennials la pasta è infatti al primo posta tra i cibi a cui non si può rinunciare, molto più di vino e birra. L’80% mangia pasta tutti i giorni, cucinandola a casa (37%), seguendo le ricette di famiglia (31%) o improvvisando in base agli ingredienti disponibili al momento (21%). Per il 55% dei giovani la pasta è sinonimo soprattutto di casa (55%) e di convivialità (53%). Un piatto che per il 42% dei giovani nella sostanza non cambierà nei prossimi anni ma ci saranno modi diversi di portarlo in tavola. Qualcuno immagina di poter preparare la pasta partendo da un set di ingredienti pronti, puliti e dosati (17%); altri la condirebbero con sapori di cucine diverse (13%); c’è chi vorrebbe ordinarla con lo smartphone (12%); l’8% vorrebbe doverla solo scaldare al microonde e un altro 8% immagina che potrà crearla in casa con una stampante 3D!

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