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Latte, record export di formaggi italiani

01.06.19

A guidare la classifica degli appassionati di formaggi Made in Italy sono Germania, Francia e Regno Unito, mentre fuori dall’Europa sono gli Stati Uniti

Latte, record export di formaggi italiani

Mai così tanto formaggio Made in Italy è stato consumato all’estero con l’Italia che festeggia il record nelle esportazioni che nel 2019 fanno registrare un balzo del 14% sulla base dei dati Istat relativi al primo bimestre.  A guidare la classifica degli appassionati di formaggi Made in Italy sono Germania, Francia e Regno Unito, mentre fuori dall’Europa sono gli Stati Uniti il principale mercato, con le Dop (denominazioni di origine), dal Parmigiano al Grana, dal Gorgonzola al Pecorino, dal Taleggio al Provolone, che rappresentano più del 40% del totale dei consumi nel mondo.

Gli acquisti di formaggi italiani nel 2019 sono cresciuti del 25,8% in Germania, del 16,2% in Gran Bretagna e addirittura del 7,5% in Francia storica rivale casearia dell’Italia. Ma anche nel resto del mondo i formaggi Made in Italy stanno vivendo un vero e proprio boom con un balzo del 40% in Giappone e del 16,3% negli Stati Uniti che sono però i principali creatori di falsi tarocchi Made in Italy con il quantitativo record di 2,4 miliardi di chili all’anno venduti anche con nomi che richiamano esplicitamente le specialità casearie più note del Belpaese senza averci nulla a che fare, dalla mozzarella alla ricotta, dal provolone all’asiago, dal parmesan al romano ottenuto però senza latte di pecora.

La produzione di imitazioni dei formaggi italiani in Usa secondo l’analisi Coldiretti su dati USDA ha avuto una crescita esponenziale negli ultimi 30 anni ed è realizzata per quasi i 2/3 in Wisconsin e California, mentre lo Stato di New York si colloca al terzo posto. In termini quantitativi in cima alla classifica c’è la mozzarella con 1,89 miliardi di chili, seguita dal parmesan con 204 milioni di chili, dal provolone con 180 milioni di chili, dalla ricotta con 108 milioni di chili e dal Romano con 26 milioni di chili. Il risultato è che sul mercato americano appena l’1% in quantità dei formaggi di tipo italiano consumati ha in realtà un legame con la realtà produttiva tricolore mentre il resto è realizzato sul suolo americano.

“La pretesa di chiamare con lo stesso nome prodotti profondamente diversi è inaccettabile e rappresenta un inganno per i consumatori e una concorrenza sleale nei confronti degli imprenditori” sostiene il presidente della Coldiretti Ettore Prandini.

A differenza delle Dop italiane le produzioni statunitensi non rispettano i rigidi disciplinari di produzione dell’Unione Europea che definiscono tra l’altro, le aree di produzione, il tipo di alimentazione e modalità di trasformazione. Nonostante questo l’associazione casearia statunitense chiede di imporre dazi alle importazioni di formaggi europei se non verrà aperto il mercato dell’Unione ai tarocchi statunitensi, nell’ambito della procedura di consultazione per far scattare nuovi dazi Usa nei confronti di prodotti importati dall’Unione Europea per la disputa sull’industria aeronautica avviata dall’Amministrazione Trump.

Una richiesta rafforzata purtroppo dal fatto che con l’accordo di libero scambio con il Canada (Ceta) per la prima volta nella storia, l’Unione Europea ha legittimato in un trattato internazionale la pirateria alimentare a danno dei prodotti Made in Italy più prestigiosi, accordando esplicitamente il via libera alle imitazioni che sfruttano i nomi delle tipicità nazionali. Un precedente disastroso che è stato purtroppo riproposto anche negli altri successivi accordi internazionali.

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