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Una campagna eterogenea per la biodiversità

04.04.19

L’intensificazione dell’agricoltura porta con sé un disastro ambientale annunciato, ma l’eterogeneità ambientale sembra garantire la sopravvivenza di alcune specie caratteristiche delle aree agricole

Una campagna eterogenea per la biodiversità

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La necessità di adattare le politiche agricole europee per permettere la coesistenza tra l’agricoltura ed un elevato numero di specie di uccelli e di altri organismi viventi è sempre più evidente. Un grido di allarme che proveniente da analisi approfondite mostra come nei paesi con un alta percentuale di territorio dedicato all’agricoltura estensiva si assiste ad una diminuzione delle specie animali e in particolare di uccelli. Questi paesi ricadono nell’area UE e le colture cerealicole sono responsabili per il 30% di questo fenomeno.[1]

Ma perché l’intensificazione dell’agricoltura porta con sé questi disastri?

Quali possono essere le risposte adeguate che consentano di utilizzare il territorio per le coltivazioni (anche cerealicole) senza annientare le popolazioni animali?

L’intensificazione dell’agricoltura presenta aspetti differenti a seconda della scala di riferimento ma l’effetto finale è sempre lo stesso: l’omogeneizzazione del territorio e la perdita di biodiversità nella vegetazione che naturalmente si ripercuote sulle comunità animali (l’insieme delle specie).

Le coltivazioni sono le medesime per centinaia di chilometri, senza interruzioni, anche nel passaggio da uno stato e l’altro. Intere regioni sono dedicate alla coltivazione di alcune specie di piante perché il territorio è caratterizzato dalla presenza di poche ma estesissime aziende agricole specializzate e dalla politica gestionale comune. Per ottimizzare la produzione si eliminano anche i frammenti di vegetazione residuale presenti ai margini del campo e in corrispondenza delle vasche, piccole aree allagate e lungo gli argini dei fossi e dei fiumi. Al fine di facilitare l’aratura e la trebbiatura meccanizzate, i confini dei campi non sono più evidenziati da siepi o filari di alberi. Inoltre, per favorire la densità e l’omogeneità dei campi si eliminano le piante erbacee spontanee attraverso l’uso di erbicidi che spesso si disperdono nell’ambiente anche a distanza. Il drenaggio e l’irrigazione dei campi sono effettuati in modo da rendere uniforme la crescita delle coltivazioni. Si ottiene così un “unicum” non solo dal punto di vista specifico ma anche strutturale.  Si sollecita poi la coltivazione ad una crescita rapida attraverso l’uso di concimi e fertilizzanti che a lungo andare portano ad un impoverimento del suolo e nei casi gravi ad una aridità irreversibile.

L’omogeneizzazione non è solo un processo spaziale, derivante, cioè, da un uso incosciente del territorio, ma è anche il frutto di meccanismi temporali come la semplificazione delle rotazioni stagionali, la velocità con cui si effettua la semina, si affretta la crescita e si ottimizza la raccolta. Ciò determina che i campi, nello stesso momento dell’anno, si trovano tutti nelle medesime condizioni.

Queste le cause, ma quali sono gli effetti? Cosa significa, dunque, perdita di biodiversità?

La biodiversità, ossia la diversità della vita, è un concetto ecologico complesso che può essere visto su tre livelli differenti. La diversità può essere considerata genetica, ossia il patrimonio di geni che ogni individuo porta con sé e che è frutto di milioni di anni di evoluzione. Può essere specifica in quanto è la ricchezza di specie che popolano la terra. Infine la diversità può essere ecosistemica, cioè la moltitudine di sistemi ecologici che compongono un paesaggio o addirittura l’intero pianeta. A qualunque di questi ambiti facciamo riferimento, si può affermare con certezza che la biodiversità è esattamente agli antipodi della omogeneità. Riflettendo su questo, si può comprendere come un pianeta basato sulle differenze tra organismi e paesaggi, non possa più di tanto riuscire a sopportare la semplificazione indotta dall’uomo. La vita nel suo insieme è fondata su questa ricchezza di forme; le catene alimentari, i meccanismi riproduttivi e i comportamenti delle specie sono lo specchio del variegato panorama terrestre. Aggiungiamo poi che tutti gli individui, le specie e gli ecosistema sono tra loro, in modi spesso sconosciuti, interconnessi e come la scomparsa di una specie vegetale possa causare disastri ecologici, economici e sociali non quantificabili.

Per capire di cosa si parla è possibile fare un esempio eclatante. Negli anni 50 nel lago Vittoria, in Africa, qualcuno rilasciò il pesce persico del Nilo. Non avendo competitori naturali la specie, carnivora, proliferò eliminando gran parte della ittiofauna autoctona ed endemica del lago. Nacquero così numerose fabbriche che sfruttavano questa nuova risorsa per produrre i prelibati filetti di persico che ritroviamo nei supermercati di mezzo mondo. Tutto ciò a discapito della piccola economia locale che in breve tempo fu completamente distrutta. Gli effetti a livello sociale furono devastanti: prostituzione, Aids, bambini di strada, commercio di armi e droga etc. Tutto parte dallo sconvolgimento di un ecosistema, procede con la perdita di biodiversità, si mantiene con la semplificazione del sistema e si conclude spesso con disastri socio-economici.

Torniamo all’agricoltura. Qual è la chiave per risolvere il problema?

L’eterogeneità ambientale sembrerebbe garantire la sopravvivenza delle specie caratteristiche delle aree agricole. Essa si può perseguire assumendo alcuni comportamenti e avviando delle politiche adeguate. È necessario privilegiare quelle aziende che come obiettivo hanno l’incremento dell’eterogeneità ambientale attraverso la coltivazione di diverse specie, il mantenimento, dove presenti, dei lembi naturali residui, il ripristino delle pratiche antiche più rispettose dell’ambiente, l’utilizzo di muretti a secco, siepi e filari d’alberi invece di muri e reti metalliche, la rinuncia all’utilizzo sfrenato di erbicidi, antiparassitari e fertilizzanti e la promozione del biologico.

Attualmente l’agricoltura vive momenti di crisi e necessita di politiche che la rilancino. Si parla spesso di Ogm o di altri sistemi che permetterebbero di foraggiare un mondo affamato e di rilanciare l’economia. Spesso però queste nuove tecniche non considerano gli aspetti ambientali ed il conto che a lungo andare la natura potrebbe presentare. È necessario stringere un nuovo patto con essa puntando alla qualità dei prodotti nel rispetto dei tempi e degli spazi naturali, mantenendo un elevato grado di eterogeneità nelle nostre campagne. Solo così si potrà ancora ascoltare il canto delle allodole e delle cappellacce camminando in primavera in mezzo ai campi. Campagna Amica vuole tutto ciò e promuove proprio questo nella sua rete di mercati locali.

[1] Butler, S.J., Boccaccio, L., Gregory, R.D., Vorisek, P., Norris, K., Quantifying the impact of land-use change to European farmland bird populations,  Agriculture, Ecosystems and Environment 137 (2010)

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