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Spreco, tutto quello che c’è da sapere

05.02.18

Oggi è la giornata nazionale contro lo spreco alimentare, ecco tutte le curiosità e numeri di una brutta abitudine che gli italiani stanno imparando a contrastare

Spreco, tutto quello che c'è da sapere

In un sistema alimentare lo spreco è la parte di produzione che eccede i fabbisogni nutrizionali o le capacità ecologiche. Secondo la Commissione Europea, per spreco alimentare si intende “l’insieme dei prodotti scartati dalla catena agroalimentare che per ragioni economiche, estetiche o per la prossimità della scadenza di consumo, seppure ancora commestibili e quindi potenzialmente destinati al consumo umano sono destinati ad essere eliminati o smaltiti”. “Li chiamiamo eccedenze, surplus, invenduti, scarti ma, qualunque sia il nome che scegliamo per parlare degli alimenti che finiscono tra i rifiuti, hanno una cosa in comune: hanno richiesto energia, acqua, terra, tempo, carburanti, risorse naturali e una serie di inquinanti per essere prodotti, trasportati, trasformati, confezionati. Hanno prodotto emissioni che hanno contribuito a cambiare il clima. Hanno richiesto denaro per essere acquistati e, ancora, energia per essere conservati. Quindi, comunque li vogliamo chiamare, non sono che sprechi. Sprechi di cibo” . Dal punto di vista quantitativo, oggi si distingue tra:

– food losses:  perdite che si determinano nella parte alta della filiera agroalimentare: semina, coltivazione, raccolta, trattamento, conservazione, prima trasformazione agricola
– food waste: sprechi prodotti nella seconda parte della filiera, ovvero durante la trasformazione industriale, la distribuzione e il consumo finale

Tuttavia la mera definizione quantitativa del fenomeno non aiuta a capire fino in fondo la realtà: è necessario completarla con elementi di tipo qualitativo e valoriale. Si potrebbe dire che nella sua accezione più ampia lo spreco di cibo è il risultato della mancanza di valore attribuito alla produzione di cibo e al cibo stesso durante tutte le varie fasi della filiera agroalimentare. Aggiungere questa dimensione aiuta a pensare interventi che non solo aggiustino un sistema che non funziona ma contribuiscano anche a ridurre/eliminare in partenza il fenomeno proponendo una visione “valoriale” del sistema agroalimentare.

QUANTO SPRECHIAMO. Secondo lo studio globale più noto, svolto dalla FAO (2011), riferito a dati del 2007, ogni anno circa un terzo della produzione iniziale di cibo destinata al consumo umano si perde o si spreca lungo la filiera alimentare. Si tratta di circa 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, circa 4 volte la quantità di cibo necessaria a sfamare le quasi 800 milioni di persone denutrite del nostro pianeta. Solo gli Stati Uniti gettano 46 milioni di tonnellate di cibo l’anno, mentre il cibo buttato solo in Europa sfamerebbe circa 200 mila persone. I dati del Food Sustainability Index 2017 posizionano l’Italia al nono posto in termini di “Cibo perso e sprecato” in una classifica di 25 paesi. Grazie alla legge approvata nel 2016 l’Italia ottiene il massimo punteggio nell’indicatore relativo alle politiche messe in campo per rispondere allo spreco di cibo, ma deve ancora migliorare su altri aspetti come ad esempio lo spreco domestico.Secondo i dati del Rapporto Waste Watcher  2016 lo spreco domestico in Italia vale complessivamente 8 miliardi di euro l’anno, ovvero circa 30 euro mensili a famiglia per 2,4 kg di cibo sprecato.Secondo le dichiarazioni degli intervistati il 2% butta nella pattumiera cibo quasi ogni giorno cibi che si potrebbero usare, il 4% lo fa 3,4 volte alla settimana, il 14% fino a due volte la settimana, il 30% meno di una volta alla settimana e la metà degli italiani giura di non farlo quasi mai.

PERCHÈ SPRECHIAMO. Dall’indagine dell’Osservatorio Waste Watcher secondo gli italiani, che negli ultimi anni hanno imparato a contrastare questo brutto fenomeno,  lo spreco del cibo è dovuto a vari fattori: il 48% acquista troppo, il 25% non sa conservare, il 9% viene sedotto da troppe offerte, l’8% cucina troppo, mentre secondo il 6% i cibi venduti sono troppo vecchi. Alla richiesta dei motivi per cui nelle nostre case si butta via tanto cibo, gli italiani tirano in ballo nel 41% dei casi la muffa, nel 34% il fatto che le verdura e la frutta spesso conservate in frigo quando vengono portate a casa vanno subito a male, il 25% parla di un cattivo sapore, il 22% il fatto che il prodotto è scaduto, il 13% che ha calcolato male le cose che gli servono, l’11% perché ha cucinato troppo cibo, l’8% le confezioni troppo grandi. L’8% ammette troppi acquisti perché teme di non aver cibo a casa a sufficienza e il 5% di aver sbagliato scelta acquistando alimenti che non gli sono piaciuti mentre il 4%, a differenza delle nostre nonne, non ama riciclare gli avanzi.

COSA SPRECHIAMO. Il Rapporto Waste Watcher evidenzia che nel 68% dei casi vengono gettate confezioni già aperte. Tra gli alimenti, finisce nel cestino soprattutto la frutta (31%), seguita dall’insalata (29%) dalle verdure (19%) e dal pane (17%). Agli ultimi posti la carne cruda e cotta (13%).

L’ITALIA E LO SPRECO ALIMENTARE. L’Italia negli ultimi anni ha mostrato una nuova sensibilità al tema dello spreco alimentare. Il 5 febbraio 2014 viene celebrata per la prima volta la Giornata Nazionale contro lo spreco alimentare con la convocazione degli Stati Generali della filiera agroalimentare in Italia. Da allora è l’occasione per sensibilizzare i cittadini sull’importanza di agire d’anticipo, prevenendo la formazione e proliferazione dello spreco prima ancora che valutandone il recupero: una policy determinante anche e soprattutto per la salute del pianeta.Il 14 settembre 2016 è entrata in vigore in Italia la legge contro gli sprechi alimentari con l’obiettivo di favorire l’uso consapevole delle risorse e il recupero dei prodotti ancora utilizzabili da parte delle associazioni di volontariato, attraverso incentivi e semplificazione burocratica più che sulla penalizzazione.

LE CONSEGUENZE DELLO SPRECO ALIMENTARE. Lo spreco alimentare genera effetti ambientali e socio-economici molto significativi in quanto per produrre cibo che non verrà consumato vengono inutilmente utilizzate risorse naturali e generate emissioni nell’atmosfera e rifiuti.Allo spreco alimentare sono associate emissioni di gas serra per circa 3,3 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, pari a oltre il 7% delle emissioni totali (nel 2016 pari a 51.9 miliardi di tonnellate di CO2). Se fosse una nazione, lo spreco alimentare sarebbe al terzo posto dopo Cina e USA nella classifica degli Stati emettitori. Secondo un rapporto ISPRA del 2017 lo spreco alimentare incide sul “deficit di biocapacità” per il 58% nel mondo, per il 30% nell’area del mediterraneo e per il 18% in Italia dove resta una biocapacità ancora all’80% seppur in ribasso visto che in 30 anni gli ettari di superficie agricola sono passati da 15 a 12 milioni. Dal punto di vista economico, il Ministero dell’Ambiente ha recentemente calcolato che il valore del cibo che finisce nella spazzatura è di 15,5 miliardi di euro, pari allo 0,94% del Pil. Di questa cifra, 12 miliardi vanno attribuiti allo spreco domestico reale, pari ai 4/5 dello spreco alimentare complessivo generato lungo la filiera, mentre i rimanenti 3,5 miliardi derivano dallo spreco che si fa all’interno della filiera, ovvero dai campi alla produzione industriale e alla distribuzione.Infine, nelle società in cui la disponibilità di cibo è abbondante e l’accessibilità al cibo è garantita, si assiste all’aumento dello spreco alimentare che prende la forma di sovralimentazione. Il numero delle persone che assumono un quantitativo calorico superiore al necessario è infatti in aumento (144% in 4 anni) con un impatto significativo sulla salute.

A UN ANNO DALLA LEGGE. A un anno dall’entrata in vigore della legge si iniziano a vedere i primi risultati, seppur non ancora sufficienti.- Le donazioni da parte di imprese impegnate in vari settori dell’intera filiera economica sono sensibilmente aumentate. Secondo le stime della Fondazione Banco Alimentare il recupero delle eccedenze alimentari nella GDO in un anno ha registrato un aumento del 20%.- Molti comuni virtuosi da Nord a Sud hanno avviato buone pratiche in attuazione della normativa contro gli sprechi (ad esempio il “pane in attesa” sul modello del “caffè sospeso”, la valorizzazione della stagionalità e del Km zero nelle mense, le donazioni di generi alimentari, ecc).- Cresce la sensibilizzazione dei cittadini sul tema spreco: gli ultimi dati forniti dall’Osservatorio Waste Watcher stimano che 7 cittadini su 10 sono a conoscenza della nuova normativa, oltre il 91% considera grave ed allarmante la questione dello spreco alimentare, l’81% dei cittadini si dichiara consapevole che il cambiamento deve avvenire innanzi tutto nel quotidiano e il 96% degli italiani insegna ai propri figli a non sprecare. – Cambiano le abitudini dei consumatori: Il Report Coldiretti-Ixè sui «Cambiamenti delle abitudini alimentari degli italiani» ha evidenziato che nel 2016 il 33% ha diminuito gli sprechi alimentari, il 31% li ha mantenuti costanti, il 25% li ha annullati e solo il 7% dichiara di averli aumentati. Tra chi ha tagliato gli sprechi, il 60% fa la spesa in modo più oculato, il 60% utilizza gli avanzi nel pasto successivo, il 40% riduce le quantità acquistate, il 48% guarda con più attenzione la data di scadenza e il 15% dona in beneficenza. Secondo il Rapporto Waste Watcher 2016 sette famiglie su dieci hanno imparato a fare sempre la lista della spesa in modo da programmare meglio gli acquisti rispetto alle esigenze.

CAMBIARE MENTALITÁ E ABITUDINI. Se consideriamo anche gli aspetti qualitativi del fenomeno dello spreco alimentare ci accorgiamo che sono molti gli aspetti su cui intervenire:- c’è un problema legato alla “standardizzazione dei prodotti” che devono avere dimensioni imposte dal mercato industriale altrimenti vengono scartati già in fase di produzione. – I consumatori hanno perso il contatto con la stagionalità e trovano normale poter acquistare arance d’estate e pomodori d’inverno.- Le filiere corte-biologiche-locali riducono gli sprechi pre-consumo al 5% contro il 40% dei sistemi industriali (dati ISPRA 2017) .- Chi si rifornisce solo in reti alternative spreca un decimo di chi usa solo canali convenzionali (dati ISPRA 2017).- I sistemi di agricoltura supportata da comunità che propongono strategie di impresa comune tra produttori e consumatori riducono gli sprechi al 7% contro il 55% dei sistemi di grande distribuzione (dati ISPRA 2017).L’attuale modello agroalimentare industriale prevalente, per sua natura, comporta un’elevata produzione di eccedenze e sprechi anche condizionando i comportamenti dei consumatori e dei piccoli produttori, limitando lo sviluppo di soluzioni strutturali, eque e innovative.I Mercati di Campagna amica possono essere un luogo in cui promuovere nuove modalità di spesa più consapevole e con un minor impatto ambientale oltre che buone prassi finalizzate alla riduzione degli sprechi (tutor della spesa, riciclo degli avanzi, ecc).

LE FONTI

Il nostro spreco quotidiano.

Swedish Institute for Food and Biotechnology

Osservatorio Nazionale sugli Sprechi

Il deficit di biocapacità è la capacità potenziale di erogazione di servizi naturali come l’energia solare, la regolazione del clima, la produzione di ossigeno, la disponibilità di cibo

ISPRA (2017), Spreco alimentare: un approccio sistemico per la prevenzione e la riduzione strutturali

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